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Caratteri filosofici di Sloterdijk

14 gennaio 2012

Nell’excursus di Sloterdijk, da Platone a Foucalt, la traccia di un percorso essenziale, nell’esigenza di capire una filosofia e la sua scelta a partire da chi si è (Fichte). E così, con Platone, possibile che gli amanti dell’argomentazione si alimentino soltanto di libri e non abbiano intuizioni, in una tradizione di pensiero musicale dove il dialogo è affidato a una ritmica, che pure non rinuncia al concetto; con Aristotele, pregi e difetti, limiti, di un’impostazione che sembra fatta apposta per il sapere universitario e per la ripartizione settoriale, numerose Facoltà, che qui vengono unificate; o l’incapacità di trasmettere ad Alessandro il Grande un’autentica passione filosofica, lasciando credere che ci fosse dell’altro, c’è sempre dell’altro, Aristotele l’uomo medio, ciò che fu, e che attrae non a caso i normali; con Agostino, con buona pace di Sloterdijk, non si afferma affatto il masochismo, né chiunque può dubitare della  propria salvezza, limiti di una lettura protestante della filosofia cristiana ritenuta non a caso una catastrofe, al posto della predestinazione la porta ampia che accoglie in virtù del Cristo, la selezione divina da ridimensionare, vera, comunque, la decostruzione dell’umano nel vescovo di Ippona, ma poi che cos’è vero?; la distinzione tra filosofi dell’Università e scrittori liberi, si vorrebbe dire “liberi pensatori”, c’è da ponderare dove collocare Leibnitz, ma non Kant, né Fichte o Hegel, neppure Schopenhauer, Nietzsche o Stirner, una distinzione chiarificante, se ve n’è una, e se la filosofia si propone di illustrare (eroertung); Kant, che si muove intorno alla parola confine e ne propugna una logica del luogo, e poi, uomo d’affari, in questo la centratura del pragmatico, ritira gli investimenti dall’impresa metafisica, per concedersi a una chiarezza che può essere paralizzante; Hegel, uomo della completezza, del compimento, che divide i lettori come Nietzsche, alcuni lo comprendono e altri non possono, dove lo scorrere e la stasi sembrano rivendicare analoghe pretese; Schelling, per il quale si evidenzia il problema della traduzione, dove Ungrund non è solo un “motivo infondato”, e dopo di ciò silenzio; Schopenhauer, che potrebbe apparire un samnyasin, se tutto ruota intorno al termine “rinuncia”; Kierkegaard, che si allontana da Hegel ma non avrebbe compreso che lo sgancio comporta un analogo atteggiamento verso Platone e il cristianesimo, ma poi il grande afflato, secondo cui il soggetto, il singolo, l’unico incorpora il vero, non meno del non vero, un grande contributo, se fosse così; Marx, che non esita, come Nietzsche e Freud, al di là del sospetto, a palesare che la verità non rende liberi, Marx, sul fronte dei non professori, poi il riconoscimento: Marx come nota in calce all’idealismo tedesco, qualcosa che già dissi a un esaminatore inconsapevole che lo classificò come… inclassificabile, Marx che fa divorziare il vampirismo dalla filosofia, diversamente dall’attuale Zeitgeist; Husserl, il quale mostra che si può fare filosofia anche a tavolino, purché la si faccia davvero; Wittgenstein, il monaco che sente l’esigenza di spiegare a se stesso qual è il suo posto nel mondo, che compone un solo testo, continuativo, costante, le cui singole proposizioni sono adibite alla citazione, ma non per questo più autentiche, o meno, Wittgenstein, che insiste sulla meraviglia filosofica solo per dire che già il mondo è la meraviglia, che potrebbe proprio essere scelto come patrono di bizzarri atleti del pensiero, come me, e che ha sopportato se stesso finendo per trasferire la meraviglia della vita nel bilancio finale della sua; Sartre, il quale, magari, come dice Sloterdijk, avesse praticato l’arte della spontaneità, in tutto ciò che doveva fare, ma che fu il terapeuta di se stesso, che invalida la distinzione tra filosofia e pratica filosofica, famigerata, e soprattutto: come dimenticare la sua concezione degli altri come l’inferno, per tacere di questo: come conciliarla con un marxismo militante?; infine Foucault, che fa di Dioniso un archivista, e questa è la differenza principale con Nietzsche, Foucault, che non discetta sui problemi filosofici primari e si permette di elevare al rango di classico un articolo di giornale, Foucault che, da questa analisi, non viene voglia di leggere. E poi, oltre l’infine, Sloterdijk stesso, che a volte annaspa, ma non pretende di dire il vero, e già questo è molto, rispetto alla Critica della ragione cinica, e che riesce a parlare d’altro in queste Prefazioni ai testi d’autore, sempre a parlare d’altro pur non allontanandosi dal tema, Sloterdijk, che non dice granché sui filosofi che non ho menzionato, penalizzato da problemi di copyright relativi a Heidegger, dove avrebbe detto del non detto e del perché si sceglie una filosofia a scapito dell’altra. Sloterdijk, peccato!

Da → filosofia

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