Nietzsche aujourd’hui
ci si ispira a Nietzsche per le più varie motivazioni, che sono emotivazioni, sia chiaro. che possa anche legittimare l’ottimismo specie these times è perlomeno risibile, senza che per questo ci si voti necessariamente al pessimismo. oggi, Nietzsche oggi: dov’è? già recuperato al marxismo, oggi meno, al nazismo, oggi meno (?), al rock (for me), allo Zen (come sopra). curioso che qualcuno, in piena ideologia borghese perbenista, lo abbia accostato allo Zen, ma, si sa, anche nello Zen c’è posto per la liturgia…il Nietzsche non politico, il Nietzsche difficile da scrivere. o da leggere. Nietzsche e il taoismo: già, bella accoppiata; noi nel carro, nel cordone, a patto di…a patto di…capire il pathos nietzschiano, che non fu di Zhuangzi, ma poi, lo si è letto Zhuangzi? già tradurlo fu compito arduo, e parlo per me, per la mia versione (Rizzoli 2009). quanto ci trovo in Zhuangzi, che fa a pugni con l’ottimismo becero, l’invito a una felicità sempre più distante. ma noi, poi, siamo i fautori di una felicità sempre più distante, e invochiamo nel Nulla, magari leopardiano, siamo delle…Marche (!), l’ultima spiaggia, la spiaggia non dell’annullamento ma dell’esserci (Da-Sein), vogliamo una presenza che sarà sempre nostra proprio perché ci sfugge. l’alternativa ottimismo/pessimismo è obsoleta, come tutte, come le contraposizioni; niente contrapposizioni sul piano supremo. dosi massicce di Nagarjuna iniettate intravena. e anche questo fu Nietzsche. Nietzsche e Nagarjuna: non il diavolo e l’acqua santa, ma acquasantiera per tutti. mi si è capito? ancora Nietzsche, Nietzsche oggi. con Bob Dylan.
3 come nasce la filosofia del nonsense
…tutto inizia con il prof. Robert Zimmerman, che un bel giorno decide di scrivere capolavori immortali nella forma del saggio-song e s’imbarca in una strada senza ritorno. forse muore in un incidente in moto alla metà dei 60 o forse continua a inanellare tasselli del puzzle che però non rinverdiranno mai più i fasti di una ragazza che sembra “proprio come una donna”, di blues intonati a Memphis di nuovo o addirittura di pietre rotolanti che ricordano tanto La bamba o Twist and Shout. Robert/Bob cambia nome, come Huike, come Huineng, come i grandi, e si mette a camminare insieme a loro, e io con lui, da una stanza di una vecchia casa dell’800 infestata forse dal fantasma d’ un gatto recalcitrante; ancora thrills al solo pensiero di un pianoforte che suona da sé e di un ragazzo che non sa leggere la musica ma capta uno spartito. sinitonizzarsi: questa la password di allora. e io dimenticai vecchi amici, altri impegni, la scuola persino, la religione, fanatico lettore della Bibbia, precoce già, per tuffarmi nel Lussemburgo di radio accese, intense, frenetiche anche loro. bob maestro zen, come ho detto in Orient pop, come non manco di dire sempre a tutti in ogni occasione. Zimmerman mi accompagna, anche quando si sposa con il Cristo, che io non ero, io ero Qohelet, nei momenti migliori di quella lettura di cui sopra. (3-continua)
il vero for sale
…vero che non si confonda con il certo che dà senso alla vita. vero che non si correli alla volontà di individuarne uno, c’è sempre meno senso nella ricerca. nel doppio senso dell’organo di senso e del significato. costante falsificazione del vero che ci permette di vivere, dove? nel convenzionale. il convenzionale come approccio, come obiettivo. provvisorio. i due piani del reale, la doppia verità, il falso che è vero su un certo livello. la memoria del filosofo, memoria filosofica, che non si spacci per vero. il filosofico che divorzia dal vero: une seul condition: divorçons, riguardo al vero e al senso, ma anche al nonsenso. nichilismo che ottunde il senso del vero, ma non nella violenza, meno che mai nella violenza, fisica, come these days, ma anche verbale, la violenza dell’ uni-vers-se taire e ciò che ne consegue. violenza nei concorsi e delle bombe. lontano, andiamo lontano da piazza fontana, non ci si ricada. quello, il non filosofico, neanche l’esorcismo del nudo, peggio, molto peggio. nel filosofo c’è il personale, e questo non è il vero, mai lo sarà. il filosofo, che è attore della sua commedia della vita, che si barcamena come può, senza boat. o senza boots. vero che non si legherà al nonsense, proprio perché non c’è generalizzazione, e lo stoico resta al di fuori, lo stoico, che noi tutti siamo, meno il masochista. il masochista attecchisce su un altro piano, non lo si disturbi, Leopold. vero che non dipende dal farsi un mondo proprio, fosse quello del nonsense, fosse qullo in cui noi tutti siamo. i Beach Boys da Reagan: what a shame! il vero che non si dà ai fanatici del nichilismo, esorcisti mascherati, neanche il prospettivismo, parola per chi ha paura del nulla. e il vero del moderno che si allontana da se stesso, senza travalicarlo, come la logica, la logica che non si prende per il vero. e vince.
Der(r)ida one
all’appello Jacques Derrida. mancava. come altri, più di altri. ricordo un mio Corso del 1998, mi pare, intorno a quegli anni: Heidegger-Lacan-Derrida, mi parve un percorso analogo, di simmetrie improbabili, filiazioni ma non influssi, esorcistici, od ossessivi. più di Stirner/Nietzsche? non credo. la via a Derrida, che non lo si derida, costella dei suoi marges, i marges sono quelli di una marca, delle Marche, da dove sto scrivendo, lo si dirà, a chiare lettere. e quella différance, per la quale fui deriso (derida Derrida, ancora?) dai colleghi, secondo cui mi occupavo di sciocchezze; in buona compagnia, dopo tanti anni, già allora, Derrida imperante, nuovo Numen del filosofico. la différance, ni un concept ni un mot, mi parve taoistico, il wu, tornava. l’inaudible. e soprattutto, ciò che avrebbe fatto vacillare la già precaria dualità tra sensible et intelligible. già, ancora, di nuovo. Heidegger che aveva segnato la contrapposizione aistheton/noeton a un interlocutore giapponese, ignaro per sua cultura, ma non, ma poi…la différance…lì. e poi, lasciata cadere, proprio da Derrida, derisa, come solo il significante primario, Der(r)ida, seppe fare. bé lui diceva solo che essa résiste à l’opposition, fondatrice de la philosophie, entre le sensible et l’intelligible (Marges, p. 5 nell’éditions du Minuit, comprata da Tombolini: c’è ancora?). de la philosophie…ma si può dire, lo si può dire, Derrida, senza cadere nel pregiudizio etnocentrico del filosofico occidentale come, se non l’unico, fosse il fondante, il dar-senso-a-tutta…la-filosofia? la voix moyenne, come evocatrice di un giusto mezzo (zhong) che, di nuovo, portava al taoismo o al confucianesimo. Derrida cinese, Derrida eurocentrico…ma certo, purché non lo si der(r)ida. non derridizziamo Derrida, il presupposto per la comprensione. la comprensione…già. lo si vorrà capire…Derrida? Dans la langue il n’y a que differences; questo viene da Borges, da Saussure o da Derrida? un giorno, i nostri posteri, ve ne saranno?, dovranno sbrogliare la matassa, sempre che questo gioco degli influssi, il gioco pernicioso degli influssi, venga spurgato di questa dimensione satanista, della contaminazione, che poi richiederebbe l’esorcismo, ma non…della nudità! Tout concept est en droit et essentiellement inscrit dans une chaine ou dans un systéme à l’intérieur duquel il renvoie à l’autre, aux autres concepts, par jeu systématique de différences (ibid., p. 11), il che, come minimo, rinvia a Nagarjuna; lo dirà colui che è ignaro di Saussure o più semplicemente gioca sul versante buddhista. allora Derrida mi parve buddhista, anche perché la différance, niente concetti, né parole, era il non-pleine, il non-simple, e qui si virava dal taoismo al buddhismo, per così dire. il nonsense non è la différance, però, però…anche di esso si può dire, e si deve, far valere che non è un concetto, solo parola, o neanche quella. non si derida Derrida, non lo fa neppure lui stesso…(1-continua)
scrivere del nonsense
…scrivere per non diventare pazzi, come Bataille, ma senza spreco, senza dépense. ci accorgiamo di non dire, e questo è il problema centrale nel nonsense, più che l’ineffabile, il votarsi al nulla, sentire che il nudo permea ogni angolo recondito dell’essere. e sentire anche la questione dello stile – lo stile è l’uomo, è la pagina – che si costruisce a nostra insaputa, della schopenhaueriana Volontà, che tanto ci attrae nel suo connubio con la libido che è freudiana, e non può che esserlo, e lo è. punto. ma poi diremo tante altre cose su questo nirukta che si affaccia sulla scena della storia. in un primo tempo, si dice che scrivere del nonsense è modo per passare il tempo; lo si dica a Beckett, a chi sa che il tempo passa non passando, che solo quando tentiamo di passarlo, come Krapp, come Murphy, il tempo ci ingloba, ci fagocita, lui, il saprofita dell’umanità intera. forse anche degli animali e delle piante. si fa demagogia, si scivola nell’abisso, e bello era il tempo quando, non degli aquiloni, di chi vide passare solo quelli, nel cielo urbinate, lì passano a frotte, il tempo quando ci si curava solo del viaggio, della lezione, dell’incontro, ora che tutto ciò appare vago, ma il vago, sia detto per inciso, non è il nonsense. nel vago ancora un pallido sentore del senso. forse solo Tanizaki, la linea d’ombra, qualcuno che coglie il chiaroscuro come l’ombra di Zhuangzi che chiede alla penombra dove sia, e il corpo, tanto, il corpo è sempre più distante e tanto meno nostro. già. lo è. siamo contenti? ma sarà forse dalle pagine de Das allgemeine Brouillon che si coglierà una traccia, non dico uno stile, no, ma almeno una traccia di ciò che fummo nel 1986, o poco dopo, o prima, o durante. il mondo era un altro mondo prima, e adesso…brani di songs interiorizzate, mie, e poi che vuol dire “mie”, di altri, di cover, il mondo è della cover. punto. a cura di punto. trovare lo stile, per non perdersi nel senso, stavo per dire nel nonsense punto. una mano che scrive e che si lascia prendere dal senso S/s, questo è il senso? poi ci perdiamo nell’essere, come se anche questo è non chiarisse nulla, e neanche per gli esegeti più accaniti. no, infatti. scrivere per noia, per esulare noi stessi dalla pazzia che si costruisce nostro malgrado. se nel filosofo mancasse la follia, le sue pagine sarebbero scritte, per parafrasare, con il sangue? ed è vero che il sangue lascia macchia e che non si può scrivere? con il sangue? mi si è capito? perché curarsene. Nietzsche contro Lu Xun; ci sarà sempre un Lu Xun a seguire Nietzsche, a prenderne e a criticarlo. questa dimensione “esorcistica”, esiste, o è solo un parto di una mente malata che non seppe accettare la multi-realtà, il multiverso? potrei anche essere d’accordo con le “regole monastiche”, ma non potrei essere tanto sprezzante dell’umano da suggerire un’etica, neanche di commentarla, proponendola come l’unica, l’assoluta, quella che dà la garanzia suprema: il Summum Bonum. anche perché al volere si correla il dispiacere, la Vernunft, la pazzia del non ottenere, che subito si tramuta in Unvernunft, irragione, che darebbe anche sollievo a un povero cuore malato…e siamo legati alla concettualità, andiamo in cerca di idee, solo perché Platone ci ha istruito, se avessimo seguito Schopenhauer o Schelling o Nietzsche, avremmo seguito il volere, saremmo andati in cerca del volere, nel filosofico, anche se non nei filosofi: teoria/pratica distinte, ben distinte. ma sempre c’è un apeiron nello scrivere, del nonsense, o anche del senso, perché cacciarlo? non lo fece Schopenhauer, che solo per caso, per errore, introdusse il senso nel Mondo; perché farlo noi, o io? choristai è il senso trascendente, il resto irrazionale che anima i sistemi, che Goedel, ignoto a von Hartmann, come fu, come dovette essere, ma che li pervade nell’essenza. il “sapere assoluto” che è finzione perché non vorrebbe tener conto di questo resto, che è il nonsense, che ride, ride dei sistematici e ancora più di coloro che non siano neppure tali, in filosofia e nel mondo. il sacro è il profano, lo si chiami apeiron o anirvacaniya, esso tornerà a impregnare di sé le pagine della filosofia che si pretenda intonsa. si dovrebbe dunque accogliere l’illogico dentro di sé, come non fece Hegel, o I. V., i quali restarono al di qua del tema. mi piace pensare come si comportarono davanti all’ineluttabile, la malattia, la follia stessa: chi potrebbe tollerarne il quantum, l’eccesso nella propria mente, non dico nella propria vita? come sperare che il sapere assoluto partorisca da sé medesimo l’ignoranza? la scienza è ignoranza (Vaisheshika Sutra), ma lo si vada a dire agli scienziati! lo scritto fuoriesce dal binomio, che è contrasto, pertanto: scienza è ignoranza, perché non lo è, come la logica sokuhi ha di fatto sempre saputo. trovare, se proprio lo si vuole, il “prima del pensiero”, il sovrappensiero o il prepensiero (Vordenken), che, solo, potrebbe aiutarci. mi accorgo che anche lo scrivere sullo scrivere del nonsense è già troppo lungo: quante cose già dette, e non ridette…
solo un esperimento mentale
il nonsense dà l’avvio, il senso segue a ruota. no, il nonsense non è il demoniaco, e segue un suo criterio che noi non siamo tenuti a conoscere. nell’arte, nella storia, nel pensiero. tutto va, senza bisogno che noi si controlli la produzione, il gesto, l’esitazione o la furia, lo slancio, non solo vitale. “Ti sei accorto che l’esorcista del nudo è critico, pedante e votato all’acribia?” – “No, io sono tutto preso dal creare, non ho tempo per chi vuol limitarsi al conoscere come mera attività dell’intelletto, come sognatore di una Hinterwelt che svanisce al sole come il pupazzo di Kenko!”. e non potrei mai dire con Schelling: “Kommet her zu Physik und erkennet das Ewige!” un imperativo che non mi appartiene. tra poco dirò, se dirò, dei miei contrasti con schopenhaueriani folli, che non erano contrasti, se non per loro, e che mi fecero crescere facendomi restare per sempre dov’ero. l’immaturo si appaga della sua sciocchezza, io lo rimasi, e anche della beanza lacaniana. il nonsense non si stanca e non s’appaga: più la testa è completa, perfetta, e più le singole parti si deteriorano a tutto svantaggio dell’insieme. no, l’insieme non è un sogno, lo sarebbe, invece, il credere che il moto del pensiero, sublimamente descritto nella Fenomenologia dello spirito sia altro che un moto del pensiero, e dunque una illusione; Schelling lo notò, in Hegel, e non sapeva di andare incontro a Shamkara contro tutti coloro che concepivano il Vedanta, e non solo esso, a senso unico. la Unvernunft come non ragione percipiente, o non percezione ragionante, ci precede, ci fa muovere, e solo a posteriori ci rendiamo conto della sua possente presa su di noi; sarebbe strano se così non fosse, visto che solo al termine dell’impresa, e non per il risultato, ci rendiamo conto di ciò che volevamo raggiungere,e che non ci piace, talvolta, chissà perché? non direi che ciò dipenda dalla minore artisticità del sogno, dal suo non poter toccare certe vette che, per l’appunto, sono proprio artistiche e non lascerebbero dubbi in proposito; attingiamo al sogno e ai suoi paraphernalia esotici, che però ci appartengono, lo si voglia o no. e ci immergiamo in questo mondo di sogno, dove siamo talmente nonsensical da obliare anche solo per un attimo noi stessi; noi? ma noi siamo l’ inoubliable stesso! la presenza di un bottone BACK ci porta dietro al punto in cui eravamo da sempre, ma solo perché è la vita stessa a concedercelo, sapendo che troppo spesso tocchiamo le maniglie sbagliate e quindi ci perdiamo. poi, come in tutti i casi, ci beiamo del nulla e ci chiediamo se possa mai aver avuto a che fare, prima della creazione, con la rappresentazione o con il volere, poi scopriamo, per alleggerirci, che questo nulla o nonsense post-mondo non reca in sé né la beatitudine né la disperazione: esso sta lì, se ne sta, e tanto basta. quando dico di Stirner è il nudo che dovrebbe parlare e mai una idea, tanto meno quella dell’Io, la più illusoria, il lascito non buddhista che San Max lascerebbe intentato, e non scavato, dissepolto nemmeno: se solo San Karl gli avesse dato torto su questo punto, ma no…: lui si perdeva nella disputa sul Mehrwert, che lo assorbiva oltremodo, e noi, ancora oggi, ci chiediamo quale sia il suo contributo alla rivoluzione proletaria, tranne la Comune di Parigi! però è già tanto che uno come Hartmann suggerisca la lettura necessaria di Stirner a tutti i fautori della filosofia pratica, salvo poi ridurre tutto all’Io e non accorgersi, proprio dopo che lui stesso aveva parlato del Nulla, che la sua presenza era, sì, mefitica, ma anche puntigliosa, e un pungolo, soprattutto, da cui c’è molto da imparare. e non è che Stirner non riconosca il trans-individuale, esso è quel nudo su cui egli dice di aver fondato la sua causa: è il NUlla, e Hartmann dovrebbe saperlo, lui che sondando le profondità dell’inconscio se lo trova accanto “a ogni piè sospinto”, secondo le espressioni della Vecchia Era. anche se, è giusto, pesa su Stirner e Nietzsche lo stigma goethiano: “colui che distrugge in sé e negli altri l’illusione viene punito dalla natura come fosse il tiranno più efferato”.
questioni in sospeso per il nonsense
…solo se non c’è progresso nel filosofico si dirà che manca il regresso; il platonismo non va rovesciato, anche se l’uscir fuori, il non avvitarsi a esso non implica la resa alla follia. la follia ce la lasciamo dietro, come sempre. l’occhio dell’Asia va oltre l’Asia, e anche dell’Asia estrema. e poi se sapessi cos’è il filosofico o il poetico non mi limiterei a distinguerli, passerei nell’oltre sempre asiatico. che la Unvernunft debordi dall’antropocentrismo è assunto inverificabile, dal soggetto stesso, che si picca di non essere umano, né troppo umano. un problema per i filologi, non gli psicoanalisti. il nonsense non rientra nel binomio materialismo/idealismo, né spiritualismo/naturalismo; si riconduce al caos, che non è una teoria, bensì un significante puro, e forse neanche quello, che si para dal teoretico, e dal pratico. nulla non sarebbe umano? e il nonsense? wu per tutti, in piccole dosi, ma il nulla è altra cosa; lo si dica ai distratti, esegeti da strapazzo, veloci, troppo veloci…si potrebbe uscire dal nonsense come si dismette un abito, che è vecchio. solo, non sarebbe il nonsense, al di là del binomio umano/troppo umano. solo se si avesse l’intento di dire proprio tutto del Multiverso ci sarebbe caduta, a ruota libera. certo, ci si dovrebbe intendere: l’esorcismo del nudo è il nichilismo, se pretende di dormire sonni tranquilli senza lasciarsi cogliere da quella salutare angoscia che si insinua sotto le nostre coltri, se solo, se solo…(manca l’esempio) ho attraversato Nietzsche e lo Zen, dal fondo al fondo, sempre sull’orlo dell’abisso, sempre quella caduta a ruota libera. l’espediente è una tentazione, ma solo perché ci aggrappiamo a esso, anziché lasciarlo andare, il mezzuccio, la riscoperta dell’antinomia, la ritorsione del duale: tutto ciò si aggancia all’esorcismo abituale. come se al libro mancassero le pagine e quella fosse la parte più cospicua, del libro della vita che noi tutti siamo capaci di scrivere, ma a onta del non scritto, e anche del nonsense, lo si dirà, che era il non comunicabile, ciò che doveva restare tale per non affogare il granello di comprensione che vi si celava dietro. che il nonsense non possa ricevere né smentite né conferme da parte scientifica, lo si ripete, da anni. razionalismo/irrazionalismo, dogmatismo/scetticismo, l’estremo in apertura di dialogo. mi sembra giusto che pensare al nonsense lo vanifichi, qualcosa che si sa sin dai tempi di von Hartmann (Philosophie des Unbewussten). nel tipo di annullamento del pensiero (=non pensiero) tipico del nonsense non c’è un io che possa goderne, che, annullandosi, si appaghi, o si appaghi annullandosi; è proprio vero? di ogni visione filosofica si può dire, e pure della non visione nonsensical, che appaga soltanto il suo fautore e pochi altri; bisogna aver mangiato lo stesso pane, quanto al dormire negli stessi letti ciò ripugnerebbe al di fuori della metafora. dibattiti esclusi, al riparo dalla polemica, e una chiara intesa tra simili; il peggio sarebbe, di nuovo, aggirarsi tra i propri simili senza conoscerli. se vi si riesce, a non farlo, grande gioia, anche più della froeliche Wissenschaft nietzschiana, sempre più il controaltare della Wissenschaftlehre fichtiana. insistere su questo al di là del nome proprio; Fichte non è significante, in quanto albero. Man zunaechst von der Substanz in Spinoza’s Sinne ueberzeugt sein muss, was nur ein Mystiker kann, oder ein Philosoph, der zum Schlusse seines Systems dieselbe auf andere Weise erreicht hat, und dann den Spinozismus nicht mehr braucht (Philosophie des Unbewussten, p. 304). nicht mehr nicht mehr: ciò anticipa il nonsense, se solo il verbo avesse un senso, non dico il Logos, quantunque…Chiunque si affidi all’inconscio, alle sue ispirazioni o preannunciamenti, non sarà mai in grado di discernere questi dai capricci della fantasia: “dove era Es, deve diventare Io”, il punto che nessuna psicoanalisi potrà mai superare, di qualsiasi fatta, neanche Lacan, padrino del nonsense nella clinica, ma anche Roland Laing, Milton Erickson e Sheldon Kopp. problema aperto: dove finisce il nonsense ed esordisce la follia. lo iato tra lo sciamano e lo schizo, mai così vicini, così parenti: va bene, Herr Hoelderlin, se risponde, poi tornerà nella sua stanza? E Scardanelli, dove lo ha lasciato”?