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cioè a dire il Tao che noi vogliamo

21 aprile 2012

…un tao che prenda le mosse da Zhuangzi e non si trattenga. che sappia esaminare a fondo il pieno e il vuoto, attingendoli entrambi senza gioirne, necessariamente. che colga il Nulla insito nell’attività umana, laddove il cavallo sia senza cavezza e l’uomo senza pensiero. che intraveda nell’istituzione negata un barlume di sé, della realizzazione che si spinge tanto in fondo da annullare se stessa (ungeschehen machen, persino, ma non nell’ossessione). che non agisca in maniera univoca penalizzando se stessa o dandosi alla prevedibilità: ma anche Eterno Ritorno del Medesimo, senza paura di imboccare le stesse sliding doors (o i vicoli ciechi). scuoterle, agitarle poco, sfiorando il mondo che esse aprono, e noi con loro. un tao che ridacchia della rete, delle corde, delle parole, e che però le usa, sapendo solo che è con esse che si costruisce, cosa?: la percezione (pratyaksha). il tao che ridacchia, ogni qual volta indugi a meditare (chan), non dirò a riflettere, sul sogno della farfalla, sulle sue conseguenze dickiane, non solo per Horselover Fat, per noi tutti. il tao dell’espressione, che si cala nel nudo e non sprofonda, che, anche se sprofonda, rimane col sorriso stampigliato sulle labbra: il mondo non capisce, e così l’essere nel mondo (In-der-Welt-sein). il tao della nullazione (weiwuwei), non della nullatenenza, che, pure, additerebbe al non lunatico dove questi può spingersi, persino il punto in cui può spingersi: John Locke, ma non il filosofo, non quello dell’ hardbody, che fu solo hard e body distinti. che aprì il varco a Kant, che suggellò l’inizio, l’apoteosi, di un concetto limite (Grenzbegriff) che era appaiato con la cosa in sé (Ding-an-Sich). dove il tedesco, e anche il cinese, il sanscrito e il greco, sembrano voci di uno stesso luogo. che è, lo si comprenda, a partire dall’ univers-se-taire lacaniano, e cioè: l’università del concorso truccato, del non concorso, il non merito, dove si esca alla fine, sia pure finalmente, dal merito/non merito; la meritocrazia già impostata sul plutonico, sempre il plutonico. dove si parte, dall’innato o dal congenito, eterno dilemma della incomprensione. il tao che non faccia dire al direttore editoriale se si venda o meno, un tao non asservito alla massa che, da Le Bon in poi, aliena l’ideale dell’io al dittatore, foss’anche impersonale. un tao che recuperi l’Eckhart dellla Gelassenheit, che osò sfidare la Grande Inquisizione. e ne uscì malconcio, se ne dirà; ma no: quello era solo il fantasma di se stesso! e poi, la differenza, il tao di cui Saussure direbbe che è il diverso: lo stesso tao che fa dire a Zhuangzi che l’ubriaco, cadendo dal carro, non si farà mai male come il sobrio. prendere le cicale come se le si raccogliesse, come se nulla e nessuno potesse distoglierci dal volo, delle cicale. Zhuangzi, Zhuangzi, Zhuangzi, il nulla incede, disse Ende, ma era, poi, la fine?

From → filosofia

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