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Lost in Philosophy

26 aprile 2012

…Jack Shephard, figlio di un “pastore cristiano” (Christian Shephard): c’era da dubitarne? il Witz freudiano si insinua nella scelta dei nomi, prevedibilità vuole che si parta da qui, e non vi si resti. John Locke, non c’è niente nell’intelletto che prima non è stato nei sensi, David Hume, che accoglie un secondo nome, Desmond, personaggi che restano sullo sfondo e vi resteranno. perché l’isola può magnificarne solo sei o pochi di più, numero incerto, tra sei e otto, con buona pace dei comprimari. il soggetto-supposto-sapere è Jacob, gemello dell’altro immortale, dalle facce si percepisce la diversità, il bene e il male, o il male-non-ancora-bene e il bene-non-ancora-male. not yet, come password del telefilm, irrisolto, come i koan del Chan. la pista orientale di Lost: c’è persino Dogen Zenji, puntualmente ignorato dai commentatori eurocentrici. che scorgono Jeremy bentham, a prima vista, ma non il maestro zen. e Richard Alpert, il semi-dimenticato Rama Dass, a beneficio dei contemporanei, è per loro un nome insignificante, lui che ha traversato i secoli. già. come ogni saga, la si costruisce strada facendo; e poi, diversi autori, la cosa infastidisce. persino me. amore per Lost malcelato, al di là di qualsiasi riferimento a Derrida, a Lacan, a Nietzsche: il riferimento, si sa, è sempre negli occhi di chi guarda. dunque, la storia si disfa, e ciò che era, e quando mai?, racconto di dispersi, sopravvissuti, diviene di perduti, sparpagliati. tanti ritorni e flashback, forse troppi o flash forward. ma mai eccessivo il richiamo al nonsense, se il time shift può farci sentire, e lo fa, la caducità del tempo, dell’esistenza. più di un trattato, più di Kubler-Ross, Moody o Kenneth Ring, Lost fa percepire l’inanità della lotta, il buono che si fa cattivo, il cattivo, arci villain, che si fa buono. Ben, il cui nome, ironia della sorte, nella nostra lingua allude al Summum Bonum. la storia come intreccio narrativo per antonomasia, la storia che ti proietta nell’adesso che non c’è; attenzione a non gridare Nietzsche: c’è da sprofondare! l’incertezza dei ruoli, con buona pace della Pearson.  il mago, il salvatore, il martire, o tutti martiri. inserisco Lost nella tetralogia: Matrix, Solaris e Inception; l’ultimo nome stenta a sopraggiungere, buco della memoria o insufficienza di prove. coinvolgimento emotivo, forte, come quando muore Juliet, o Hugo libera dagli Altri (Amenabar dopo?) i suoi amici, la carica in Wolkswagen, furgone a me caro negli spostamenti giovanili di gruppi improvvisati (rada epica, dico). musicali. editing: avrei concepito una serie in meno e meno episodi, qualcuno superfluo, la coppia subito soppressa. i personaggi seguono un destino, il loro, che li stacca dalla massa. anonima. Lost è tutto questo, compendio di una generazione, la mia, che vide Jimi Hendrix e Bob Dylan, il primo David Lynch e John Lennon, che smarrisce il senso del tempo, Flower Power,  ma seguì Castaneda, l’unica presenza concreta, autorale, al di là dei nomi. e dunque: Zen Buddhism, taoismo, Zhuangzi in dosi massicce…ma non è un elenco di nomi, Lost si sottrae, quanto più si cerca di imbrigliarvelo. il finale? il tempio dai mille segni, yin/yang, om, stella ebraica, ankh e così via. si concilia? il sapere assoluto alla fine? è che Lost ci lascia in sospeso, sempre, anche con la parola fine, chiedersi se sia reincarnazione, mondi paralleli, seconda chance, la soluzione della ruota samsarica nel Corso sui miracoli; tutto si perde ogni qual volta si tenti di coprire i buchi, che tali non sono. dico sempre meno su Lost di quanto mi aspetterei. e me ne accontento, al riparo dal metalinguaggio. parlare di Lost? e a che pro? spero di aver eluso l’impegno, il compito ineludibile: niente contraddizioni nel narrativo che non è altro che il filosofico sotto mentite spoglie…

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