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di un dialogo che non è monologo

27 maggio 2012

ogni tipo di conferenza o di lezione si svolge indipendentemente dall’essere parlante, cui sovrappone la sua voce e al quale detta un imperativo non verbale. così è stato per il discorso su Freud, su Nietzsche, su Schopenhauer, per limitarmi a quelli del Corso ripano. non so, prima, ciò che dirò, e non lo so mai, magari neanche dopo. il tentativo di scriverne è solo un fantasma: sapevo che avrei parlato di Webern, dicendo di Freud, o che avrei ascoltato e fatto ascoltare un brano dei quartetti per archi per ravvisarvi sopra, insieme, e durante, il tratto o l’iter analitico del dialogo che sopravvanza il socratico, nel senso che lo elude? mi pare che la maggiore o minore comprensibilità dell’uditorio o del discorso, che non è mai un monologo nel senso di Novalis, non possa prescinderne: Wo Es war…appunto: non sono dove mi si cerca, non sono il semplice o il difficile, il concavo o il convesso: sono, dando voce a ciò che in me proviene dai silenzi più oscuri della mente. e anche dire mente, lo ricordo ai seguaci dello yogacara, idealisti mascherati, è una pallida approssimazione, neanche una metafora, mentre metonimia è un accenno per i timidi, incapaci di cogliere la grandezza della parzialità in quegli oggetti che, soli, direbbero del nostro non-essere, di un godimento che più che mai amerei classificare o solo dire nonsensical, costi quel che costi.

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From → filosofia

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