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Sloterdijk e la morte apparente

29 maggio 2012

non c’è consequenzialità se non nel filosofico, dice bene Sloterdijk, laddove l’uomo comune non vedrebbe necessità nel concludere B se si è detto A. limiti del filosofico. e la domanda di Hannah Arendt, cui lei stessa dà risposta, un monito per tutti noi, esseri pensanti: dove siamo quando pensiamo? da nessuna parte; che non è proprio il luogo del nonsense, ma vi apre una breccia. e la morte di Socrate, questo evento paradigmatico, con tutti i limiti del paradigmatico, che ha il pregio di trasformare la sconfitta in vittoria, ed è, si dirà, un altro pregio del filosofico. con ciò che ne consegue. il filosofo, inutile per cariche pubbliche e/o politiche: a chi lo si dirà, all’uomo moderno? dove c’è il potere, non c’è la conoscenza, and vice versa: è il motto del blog che leggete. governare se stessi è più determinante, è il compito, ineludibile. perché darsi al counseling o altro, se ciò manca? il “mi pare” come emblema del filosofico al posto del certo, che non c’è. la scienza non pensa, con Heidegger, sì, ma neanche la politica. lo si dica ai maoisti dell’ultim’ora! meglio il disagio del teoreta, che è sempre fuori posto, sempre altrove, nel non-luogo, che è quello nonsensical del non-pensiero. il nonsense come stile di vita, come tao, questo s’impara. da sé. affidarsi allo schizo, che non volle farsi allievo, né maestro, neanche di  se stesso. il maestro, poi, sarà mai svincolato dall’allievo?

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