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un’ora con Heidegger

29 aprile 2013

…e dunque, anni fa, tenevo un corso su Heidegger, confrontato con Wittgenstein, su questioni di linguaggio e la “cosa”, riletta dal Daodejing, da cui era prelevata, mi parve opportuno, toccando il dialogo di Heidegger con il Giapponese in Unterwegs zur Sprache di tradurre quello che era stato l’incontro, nel Reale (lacaniano?), del filosofo con il Giapponese Tezuka Tomio, che ispirò il Dialogo stesso; quale dei due è più “vero”, mi chiesi, ovvero a me stesso? poi cominciò la ridda, mentre compulsavo queste dieci pagine, poco di più, apparse in una rivista giapponese di filosofia – sto ascoltando Orient/Occident di Arvo Part, e mi alzo per cambiare il disco – la ridda di editori potenzialmente interessati alla p(o)ubblicazione, Adelphi mi parve il più sintonico, anche perché era uscita da poco La struttura dell’iki, in ottima traduzione e commento; dalle battute iniziali si capiva che la cosa (das Ding) si poteva fare, e invece non si fece, credo per l’esiguità dello scritto, e perché il fuoritesto, leggasi come mia intro-post-pre-fazione, avrebbe debordato il testo; come dire che il Tractatus di Wittgenstein non è interessante, perché breve, o il Daodejing ha solo 5.000 caratteri circa, quindi…insomma non so se l’amico Franco Volpi, allora curatore per Adelphi delle opere di Heidegger, allora non ancora tale, cioè amico, optò per il no; poco coraggio, insomma, dal mio punto di vista. dopo vent’anni e più arriva Mimesis, che, incurante dell’obiezione, che non pone affatto, presenta finalmente questa traduzione e curatela anche in Italia, ai tempi della mia proposta editoriale c’era soltanto una versione tedesca oltre all’originale giapponese…”Superfluo osservare l’estremo interesse di Heidegger per il Nulla originario!” (Un’ora con Heidegger, Mimesis 2013, p. 55), io che parlo o chi parla per me, in questo famoso fuoritesto, credo illuminante, specie dal punto di vista nonsensical; Das Offene, questo è centrale, che poi renderebbe shunya o il giapponese ku, per Heidegger e/o Tezuka; dobbiamo incontrarci in questa “vacanza” che non è tale, ente negativo che afferma, e nega, nel contempo, quando si capirà, che, a onta della dialettica, è questo che si vuole, questo punto d’incontro, tra East e West, dove il linguaggio mostra i suoi limiti, eppure dice – “Di ciò su cui si dovrebbe tacere, occorre parlare”, la chiusa del mio Nonsense o il senso della vita, quanto mai attuale, nel Dialogo tra la Germania e il Giappone, ma non quello bellico, postbellico, invece, tra il metafisico, l’estetico, da un lato, e il vuoto, il nonsense, dall’altro: “il prosieguo del discorso e le osservazioni di Tezuka insistono su questa intesa implicita, la sviluppano, e presentano al filosofo tedesco solo ciò che può capire” (ibid., p. 41), come in ogni vera intesa, o non detto, nirukta fondante; il maschile e il femminile, iro (色)e ku (空)che si scambiano i ruoli, come nei samurai (Il pennello e la spada), come sempre; e allora: “il desiderabile, il mondo che si costruisce sul desiderio, la brama, specie in chiave maschilista, perché si allude soprattutto all’attrattiva femminile, dunque anche ciò che resiste all’impatto, al corteggiamento, ma anche al mero dato sensibile, che vorrebbe penetrarlo, alla lettera, e si trova davanti a sé un muro, il cangiamento continuo, la metamorfosi di chi, malgrado le apparenze, stenta a farsi catturare, a farsi fissare in un contenuto, ma poi è quello che sempre si fa, fissare iro in un contenuto, e così la donna, che ci seduce e ci respinge nel contempo, quindi…” (ibid., pp.46-7) nei toni di un ragionamento circolare, l’unico che può porci davanti, senza che per questo si ceda all’oggettività, al nonsense

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