Skip to content

Lo Yugen o l’arte del non dire. Haiku

4 settembre 2014

Dal mio ebook Nonsense o il senso della vita (www.amazon.it)

 

Lo yùgen riguarda ciò che ci è sempre vicino, ovvero lo stato naturale delle cose, il vuoto disprezzato dai necrofili, i quali gli anteponevano i loro esangui fantasmi concettuali. Ribadisco uno spunto essenziale della filosofia del nonsense : le cose sono già note a tutti; si tratta soltanto di guardarle senza la lente deformante del concetto e della teoria. Se solo riusciamo a coltivare questo tipo di ‘sguardo’, attingeremo, in tutta la sua portata, la spontaneità. Provando lo yùgen, scopriamo di sapere già tutto, e di aver dimenticato questo tipo di consapevolezza solo perché siamo stati condizionati dal pensiero, cioè dall’esorcismo della nudità e dalla necrofilia teoretica. Lo yùgen non è una forma di sapere esoterico, il quale ci catapulterebbe di nuovo nella sfera del senso. La sua ‘nebulosità’ non svaluta la concretezza del quotidiano: anzi, la valorizza enormemente.

(…)

Il termine yùgen possiede una rilevanza pedagogica: se s’attinge il quotidiano, che vi si cela dietro, la profondità è totalmente svelata e il nonsense viene realizzato. Il termine implica quindi una coincidentia oppositorum: il ‘profondo’ è l’abituale, il ‘misterioso’ è l’ordinario o il quotidiano. S’attesta una trasparente opacità, nei modi della nudità essenziale. Lo yùgen può mostrarsi in ogni evento naturale (nel sole al tramonto, nel volo delle anatre che escono da un banco di nebbia, nella caduta delle foglie autunnali, ecc.), purché se ne colgano la spontaneità e l’immediatezza, sospendendo la decodificazione del pensiero razionale, rivolto alla ricerca del senso.

Lo yùgen domina la sfera dell’haiku. Possiamo percepirlo nella seguente composizione di Bashò, uno dei maestri del genere, pervasa di profonda semplicità:[1]

 

ume ga ka ni                                 “ Al profumo dei pruni,

notto hi no deru                             d’improvviso, appare il sole,

yama ji kana .                                 sul sentiero montano!”[2]

 

L’atmosfera evidenzia proprio un   momento particolare: il sole che fa capolino in un quadro spontaneo e naturale. Di più non si può dire, essendo già il messaggio dell’haiku – il nudo – veicolato dalla composizione stessa.[3]

[1]Bashò (1644-1694) è l’iniziatore dell’haiku moderno (cfr. tra gli altri: D. T. Suzuki, Zen and Japanese Culture, cit., p. 227). Egli conferì al genere un’impronta inconfondibile, imponendovi l’attenzione per il mondo naturale e l’osservazione distaccata degli uomini e delle cose.

[2]Cito dalla mia traduzione: Haiku, cit., p. 33.

[3]Come nota acutamente R. Barthes: “l’haiku […] entra in quella sospensione del senso che ci risulta cosa inattesa, perché rende impossibile l’esercizio più corrente della nostra parola, che è il commento” (L’empire des signes , tr. it., Torino 1984, p. 96). L’haiku dà luogo a una sorta di ‘visione senza commento’ (ibid., p. 97).

Annunci

From → filosofia, recensioni

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: