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I Thug come filosofi

7 settembre 2014

dal mio ebook, I guerrieri dello spirito (www.amazon.it)

 

La parola thug, come kamikaze, ha subìto alterazioni semantiche non irrilevanti nel corso dei secoli, ed è stata applicata e legittimata in contesti diversi. Nelle lingue native dell’India, nel XVIII e nel XIX secolo, designa in generale un truffatore, qualcuno dedito al crimine. Più raramente, la si trova associata all’omicidio. Il delinquente comune, per altri versi, viene indicato con parole che si riferiscono all’assassinio.

Thag allude al tagliagole e al ladro, ma anche al trickster, un briccone, furfante e imbroglione. Difficile stabilire la sua connessione con l’attività principale dei Thug, lo strangolamento. Sthag, la parola sanscrita da cui deriva thag, implica l’occultamento: più in particolare di un atto o come qualità riprovevole. Ciò potrebbe richiamarsi alla simulazione, tanto cara ai Thug. Come gli Assassini, essi tentavano di conquistarsi la fiducia delle vittime, per sopprimerle al momento opportuno. Ricorrevano all’inganno e al raggiro. Un altro significato della parola thug è “falsario”, sempre connesso a quest’attività.

Thug è l’impostore, colui che si approfitta della dabbenaggine altrui. Nella categoria i lessicografi includono gli alchimisti, o chiunque si prefigga di sorprendere o soggiogare gli altri; il verbo da porre in correlazione con quest’ultimo significato è thagna.

La parola possiede anche un significato mistico, che non va eluso nel caso degli strangolatori. Il poeta Kabir si permette di affermare che il Divino è un thug, cioè qualcuno o qualcosa che nasconde agli occhi dell’uomo il mondo autentico. Su questa scia, un altro poeta riferisce il termine thug alle arti femminili dell’amore. La donna bacia il partner per sedurlo, soggiogarlo: baci elusivi, con cui ci si prefigge di ottenere un trattamento o prestazioni eccezionali.

Le azioni di un thug, pure, sono pervase da un afflato mistico. Non si scorge subito, ma traspare dalle dichiarazioni della setta. A prescindere dall’offerta del crimine alla dea Kali, i Thug ritengono che la loro violenza liberi la vittima dal ciclo delle trasmigrazioni. Essa possiede una valenza soteriologica. Mentre il Divino vela la realtà all’uomo, secondo gli slanci lirici di Kabir, il gesto thug, cioè lo strangolamento e la sepoltura, permetterebbe al deceduto di travalicare l’illusione. I Thug si accaniscono sui viandanti, cioè coloro che, non solo figurativamente o in forza della denominazione, percorrono i labirinti del samsara, il ciclo vita/morte. E li aiutano a uscirne, pur avvalendosi di modalità inaccettabili al senso comune: la tortura e l’omicidio. Osano persino affermare che il sacrificio non avvantaggerà loro stessi, bensì la vittima. Cosa potrebbero mai trarre loro dall’immolazione? Sembra un’argomentazione paradossale, ma fu formulata da una corrente tantrica indiana: lo yogi sacrifica una vittima per il suo bene, non perché ne usufruisca l’officiante della cerimonia.[1]

Inoltre, i Thug sembrano sottoscrivere una concezione elusiva dell’esistenza, il cui nucleo autentico si mantiene impenetrabile. Agli occhi di un osservatore ordinario, sono loro a compiere i crimini; in realtà, è il Divino a incaricarsene.

[1] W. Halbfass, “Vedic Apologetics, Ritual Killing, and the Foundation of Ethics”, in: Tradition and Reflection: Explorations in Indian Thought, New York 1991, p. 101.

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From → filosofia, recensioni

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