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lasciar essere i suoni

5 ottobre 2014

dal mio ebook, Il tao del non suono (www.amazon.it)

 

Il suono che ha creato il mondo e quello della chitarra distorta di Eric Clapton sono il medesimo. Un sintetizzatore appare all’alba dei tempi in un contorno opaco, dove il silenzio è in agguato. Ma il silenzio non è ostile; al contrario, è l’essenza del suono. In India è un suono-parola, anziché il Big bang, a produrre l’universo. Se ne traggano spunti per un’indagine che non si attardi sull’udibile, ma proceda, come in Webern, alla ricerca di una pausa che non violenti il rumore.

Come nella pittura e nelle arti figurative, il compito più difficile è delineare uno spazio bianco in cui non sia raffigurato nulla. È in questione l’acustica del nudo. Cage ci si avvicina, ma anche Brian Eno.

 

La musica occidentale ha perso smalto dai tempi del canto gregoriano. Prima si lasciava essere i suoni, poi li si è catturati in una griglia di scale e modi di letizia o dolore. Solo nell’incontro con l’Oriente può riprodursi l’incanto. La musica torna seriale, né teme la noia.

La ripetizione feconda nuovi parti, contro l’accademismo.

Ci sarà chi, programmando un loop, penserà di riprodurre sempre la medesima sequenza. Al contrario, ogni flusso muta la direzione del processo. Ho perso quattro monete in una giornata di pioggia. Sotto un cielo sereno ripercorro lo stesso itinerario, e ne trovo quattro. Sono le stesse? Sono differenti? Non si dà la ripetizione, né il cambiamento. Se le monete o le note di un riff siano le stesse è un falso problema. Gli armonici risuonano, recando godimenti sempre nuovi. Ne sapeva qualcosa Pandit Pran Nath che addestrò Jon Hassell a cantare la stessa nota per un anno…Sempre la stessa? È una convenzione linguistica, un modo di dire.

La ripetizione non è solo una forma di trasformazione, con buona pace di Brian Eno. Attesta l’onnipresenza di un’unica nota, dove il suono finisce e si apre alla nudità.

Giacinto Scelsi aveva scoperto i risvolti psicoterapeutici di questo fenomeno, e abbandonava la sua “schizofrenia sublime” traendo da un vecchio pianoforte scordato sempre la stessa nota. Sempre la stessa? Ci risiamo, la colpa è del linguaggio.

Tutta la musica è compresa in quest’unica nota vibrante, i cui armonici la replicano all’infinito. Abbiamo l’impressione che sia sempre la stessa, perché amiamo la prevedibilità. Eppure bandiamo la noia dalla musica: lo fa persino Schopenhauer!

 

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From → filosofia, recensioni

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