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Non musicisti filosofi

27 ottobre 2015

Dovrei menzionare almeno il video di Do The Strand dove è poco sottolineare che Eno rubava la scena all’altro Brian, attraverso una presenza-assenza molto più che strutturalistica, o strutturale, nella immobilità del travestitismo, allora imperante, anche se ad attendere Amanda Lear sul retro della cover era Ferry, il suo sguardo abbacinato, seduttivo e auto-compiaciuto, e non Eno, ma poi anche i Roxy mutarono, dopo la sua defezione, che trascinò con sé un’intera ambientazione. Mi colpì l’assolo di Eno in The Grey Lagoon, che era, in realtà, ma cos’è la realtà?, una modifica degli assoli di altri Roxy al VCS3, il che pone il problema di un’attribuzione: a loro o a Eno, mago dell’editing elettronico, il quale talvolta non suonava e manipolava i suoni altrui al synth – scusate se è poco, con il senso della ricostruzione a posteriori per cui oggi si riconosce la paternità del sampling, e il cut-up ci ha insegnato a diffidare del copyright, rivelandone altri scopi, più in sintonia con la logica dell’assunto some rights reserved, altra anticipazione di Eno sul suo tempo.
(dal mio libro: Brian Eno. Filosofia per non musicisti, Milano-Udine, Mimesis 2014)

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