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Oltre la corda e il serpente

13 aprile 2016

Per alcuni seguaci del Vedānta si pone una prospettiva duale: il mondo ha una realtà relativa e il principio cosmico una realtà assoluta. Si pone l’accento sul fatto che l’uomo comune non riesce a trascendere l’esperienza sensoriale e l’interpretazione che ne dà su un piano razionale. Come se la percezione fosse legata alla convenzione, e l’inganno risultante dall’esperienza ne tenesse conto: c’è bisogno di definire l’oggetto, lo si chiami serpente o corda.
Inoltre, potrebbe darsi una percezione più elevata, secondo la quale l’oggetto non è una corda, ma qualcosa di più. Finché non ne disponiamo, questa conoscenza ci sembra inconcepibile. Potrebbero darsi tanti piani di realtà e in ognuno dei quali una conoscenza sempre più profonda, anche solo per ipotesi. La dualità ermeneutica darebbe luogo a una molteplicità, e ciò che risulta ingannevole a un livello può essere corretto a uno superiore.
Altre correnti del Vedānta possono spingersi oltre, e mettere in questione l’esperienza stessa, o colui che la effettua. Esse si pongono una domanda angosciosa: e se non soltanto l’oggetto venisse allucinato, ma anche il soggetto dell’esperienza? Perché non mettere in dubbio anche lui o lei, in un’ottica che trascende la chiave di lettura dell’inganno sensoriale? È una domanda che ad alcuni sorge spontanea e non può essere trascurata. Anche qui non si cercano le cause psicologiche di un evento, per esempio la fobia dei rettili, ma si va più a fondo, mettendo in discussione l’unità del soggetto, la sua coerenza e realtà.

(Sempre dal mio articolo sull’autoinganno nel Vedānta, citato nel post precedente)

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From → filosofia

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