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I deva e la Kehre

4 luglio 2016

Un suono aggregante, agglutinante nel più ampio senso del termine, si presenta e impone come una sinestesia, dove si mescoli la relazione acustica con molte altre realtà sensoriali, che sarebbe il modo migliore di produrre, per Scelsi, l’opera d’arte, lasciandosi guidare dai Deva o chi per loro. “Il suono (…) prende delle forme, ed è quindi pluridimensionale. Ne crea, altresì, e queste si possono vedere anche nel mondo fenomenico, ma soprattutto in meditazione; come si possono udire i colori, poiché in assoluto tutto è unità”. Soprattutto i cinesi si sono soffermati sulle corrispondenze analogiche tra i colori e i suoni, o le funzioni sensoriali (l’agopuntura, altrimenti, sarebbe inconcepibile); un pensiero che oltrepassa l’analogico per sfociare nell’anagogico, dove i rapporti tra il cielo e l’uomo, il trascendente e l’immanente, per semplificare, dove l’uno trapassa nell’altro, vengono costantemente sviscerati. Né si enfatizza che Scelsi si rifaccia qui a una musica delle forme, in quanto quella informe, debitrice al suono Aum, è sempre sullo sfondo e mai persa di vista. Da cui l’amara constatazione: “I nostri compositori, anche i maggiori, e i nostri strumentisti più celebri per la maggior parte hanno ignorato l’essenza del suono, preoccupati soltanto dei rapporti tra le note”.

da: Leonardo arena, scelsi: oltre l’Occidente, Crac edizioni, Falconara Marittima 2016

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From → filosofia

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