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Nel suono del nonsuono

31 luglio 2016

Resta, dunque, il suono come entità nonsensical, da non asservire alle esigenze della musicologia o dell’estetica. E questo suono ha un nome, nelle culture che dal sanscrito presero linfa vitale, anahata, o non prodotto, non emesso, non percussivo, non melodico, non armonico né monodico, né polifonico, tanto vicino, invece, al suono primordiale. Si tenta di balbettare, con termini hindi (anahad o anahat) derivanti dal sanscrito, una denominazione imprecisa, o di là da venire, di un suono che, come nella Mimamsa, uno dei sei darshana o visioni filosofiche indiane, c’è sempre stato, qui e là, altrove, in eterno, e non va confuso con quello che uno strumento potrebbe esprimere. Questo suono non ha connessioni con il karma, a differenza di tutti gli altri, che l’uomo può determinare con l’aiuto di un contesto, di un ambiente ottimale. Nella prima versione de Il sogno 101, Scelsi illustrava la connessione karmica del suono, che non sia anahad, giungendo a una considerazione non dettata da falsa modestia: “Il mio karma non mi ha concesso, malgrado la mia più forte aspirazione, di giungere ad anahad” (Leonardo Arena, Scelsi: oltre l’Occidente, Falconara, Crac edizioni 2016, p. 12).

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From → filosofia

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