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L’analisi: incomunicabile

21 agosto 2016

Ciascuno è chiuso o prigioniero del suo transfert, il che si misura nei toni di una incomunicabilità incontrovertibile, necessaria. Non si capirebbe, altrimenti, come possa il soggetto, a un tratto, comprendere il suo mondo in virtù di una esperienza-picco o di un satori: non lo fa, è la convinzione di Lacan. Diversamente, si enfatizzerebbe l’incidenza di una persona sull’altra, di un analista sull’analizzante; meglio ammettere un divario incolmabile, per sconfessare una teleologia dell’analisi. Che non ci sia relazione tra i due, e non solo, come Lacan afferma spesso, quanto alla impossibilità del rapporto sessuale, è sempre una questione di poterne scrivere, renderne atto o denunciarne. Manca il fondamento di una relazione che possa dirsi interpersonale: un po’ come nelle monadi di Leibnitz, dove, però, attecchisce il telos di un meccanismo a orologeria, qui assente. Non c’è dialogo che valga, neanche quello analitico: prospettiva che può atterrire o liberare, secondo i punti di vista. Siamo liberi di essere Buddha, ammonisce il Chan/Zen, e anche questo può dischiuderci orizzonti sterminati o gettarci nella depressione…

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From → filosofia

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