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L’analista: abilitato?

22 agosto 2016

“Fino a quando vi assillate con quel che vi riguarda nel discorso dello psicoanalizzante, non ci siete ancora (J. Lacan, Altri scritti, Torino, Einaudi 2013, p. 249).”

Il presupposto è sempre, se occorre puntualizzarlo, che agalma si presenta come la chiave del nulla, lo stesso che muove Alcibiade verso Socrate, senza un perché o poterlo indicare. Ogni proiezione dell’analista, nel conato o nella vana speranza di interpretare il discorso dell’analizzante, lo porta fuori strada, se solo fosse possibile andare fuori strada, in quel ginepraio che è la psicoanalisi, sorreggendosi da sé, con un solo, pallido riferimento alla realtà concreta produttrice di effetti (Wirklichkeit). Va da sé che qualsiasi esito della “cura” non sarà mai attribuibile dall’analista a sé, alla sua perizia, e ciò vale sia per il trionfo che per il fallimento; si può anche dire che dipende da come scioglie questo nodo, tra vittoria e sconfitta, che l’analista potrà mai, un giorno, autorizzarsi all’esercizio della sua professione.

Leonardo Arena, Lacan Zen, Milano, Mimesis 2015.

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From → filosofia

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