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Wittgenstein Nāgārjuna Dōgen Freud

23 agosto 2016

Sulla scorta di Wittgenstein, il Nagarjuna austriaco, dopo diciassette secoli, si rifiuta lo scambio telepatico, lo stesso che fece dire al Buddha che soltanto Mahakashyapa aveva colto il senso del suo gesto, la levata del fiore sul Picco dell’avvoltoio. Di fatto, Buddha non lo ha detto, e ha parlato soltanto dell’occhio della legge autentica, lo Shobogenzo che alcuni secoli più tardi avrebbe spinto Dogen Zenji a proseguire il discorso del Buddha. Capire l’altro presuppone entrare nel suo mondo, sfondare il muro del linguaggio privato, che è voragine o un fossato incolmabile. Se l’analista dovesse, che so, vedere dieci analizzanti al giorno sarebbe proprio arduo capirli tutti, o cogliere che ne è della loro peculiarità, davanti alle asperità presentate dai modi della logica/linguaggio. Neppure Freud capì i suoi malati – l’analisi non è un esercizio intellettuale -, come dimostra il suo resoconto dei casi clinici, l’incomprensione del caso di Dora nei suoi momenti chiave, il necessario passaggio del testimone al padre del piccolo Hans, con Freud incaponito sulla figura paterna, e non sulla materna, ecc.

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From → filosofia

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