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Verso la nudità

25 agosto 2016

Nello Zen l’uomo comune e ordinario è un Buddha, già come è, senza bisogno di attingere alcun livello superiore di conoscenza o coscienza. Non si tratta di umiltà, bensì di ammettere che non c’è nulla da conseguire, né con la meditazione in posizione seduta (zazen), né esordendo sull’altra scena in analisi. Sentirsi né inferiori né superiori agli altri, né pari a loro: consapevolezze che accomunerebbero Lacan allo Zen: lo scarto in questione nel passo non è declassamento della persona, dell’analista o del maestro zen, ma solo il riconoscimento che si è lì, si fa un certo lavoro e basta, senza fronzoli o illusioni, vantando meriti vacui e inesistenti. L’analizzante fa un percorso che non è tale, guidato da un analista che non è tale, cioè non è un terapeuta, né un medico: le cose sono come sono, nel setting o nel monastero; qualcuno è lì, come analista o analizzante, maestro e allievo, e basta: qualcosa di difficile da digerire, in una prospettiva teleologica, votata al senso.

L. Arena, Lacan zen, op. cit.

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From → filosofia

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