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Tanatologia derridiana

11 novembre 2016

La Morte non è nulla. Ma i suoi rappresentanti ancora meno di nulla. E tuttavia ogni cosa è scritta per la Morte, dalla Morte, verso la Morte” (383).
Difficile resistere alla tentazione di sottolineare il significato platonico del passo, sebbene Platone abbia il monopolio della tanatologia. D’altra parte, la tradizione occidentale gli è in debito. Però, però, questa morte che si profila come il telos, prima negata come il nulla, poi riaffermata nei suoi diritti di progenitura, è apparentata con il nulla, lo neghi o lo dichiari. Difficile sottrarsi all’impulso, accademico quindi irrilevante, di consultare Heidegger, il suo essere-verso-la-morte che sogghigna nell’ombra. La morte potrebbe comportare lo sforzo del filosofo, e ogni esorcismo del nudo averla per oggetto. Al di là delle sue venature psicoanalitiche, questa sembra una scoperta, anche se la mente stenta a rendersene conto: essa tenta di ricordare l’assunto, senza penetrarlo. Non ci si stacca dalla morte, così come non ci si stacca dal senso. Ci occorrono entrambi per non tener conto dell’abisso che altrimenti ci inghiottirebbe.

L.v. Arena, L’altro Derrida, ebook 2015

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From → filosofia

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