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Beckett\Vedanta no limits

14 novembre 2016

“A mio avviso, non era una illusione, finché è durata, quella presenza di ciò che non esisteva, quella presenza di fuori, quella presenza di dentro, quella presenza in mezzo.” (S. Beckett, Watt, Milano, Sugarco)

La filosofia indiana problematizza la distinzione/non-distinzione tra apparenza e realtà. Una pista che l’Occidente, per bocca di Kant, ha battuto molti secoli dopo. Non è rilevante questa osservazione “orientalistica”. Watt non sa dire cosa sia l’illusione, la realtà, o l’intermedio tra le due. Per lui la metafisica non vale – supposto che la metafisica si basi, come per Nietzsche, sulla distinzione tra i due ambiti. Watt adotta punti di vista differenti di volta in volta: sembra attingere ai filosofi di diverse correnti, senza saperlo. Non sa essere empirista, razionalista o nichilista sino in fondo. È la sua forza, la forza di Beckett. Per lui l’illusione non è il fenomeno, né il reale, né il nulla. Il nulla svetta sulle altre possibilità di decodificazione del pensiero, nudo e nonsensical. Beckett ne è attratto.

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From → filosofia

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