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Knockin’ on Heaven’s Door(Beckett con Dylan)

20 novembre 2016

“Ma lui non sapeva accettare, non sapeva sopportare (…) Ma se avesse potuto dire, quando arrivava il bussare, il bussare divenuto un bussare, una porta divenuta una porta, nella sua mente, presumibilmente nella sua mente, qualunque cosa ciò stesse a significare.” (S. Beckett, Watt).

Anche bussare diviene un evento significativo, perché insignificante, e Watt vi si interroga. La mente è interpretante, come sanno i fautori dell’idealismo. Essi non si arrestano a questo, e pretendono che essa goda di esistenza propria: l’astuzia della ragione hegeliana non è altro che questo. Schopenhauer ha avuto il merito di attribuire all’unico ente reale, la volontà, il carattere dell’inconscio e la cecità intellettuale. Un altro passo, e avremmo scambiato Schopenhauer per Nietzsche! Forse l’idealista si sente angosciato, come Watt: pur ammettendo che gli eventi si debbano a un ente reale che fa di noi ciò che vuole, non riesce a capirne le mosse –come con un dio capriccioso, che non sappiamo accattivarci. Una parte di Watt, di Beckett, sa che il ricorso alla mente, alle funzioni della mente, non è meno illusorio dell’inseguire il senso: ci si perde, anche quando la mente, a una coscienza più elevata, è soltanto un’ipotesi di lavoro. (L. V. Arena, Watt la cosa il nulla).

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From → filosofia

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