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Il samā’ come testo

24 novembre 2016

La cerimonia è caratterizzata dalla simultanea sussistenza, cioè coincidenza, degli opposti: nel loro moto vorticoso i Dervisci sembrano immobili, tanto sono concentrati e assorti. Ogni tanto qualcuno si ferma, volgendo gli occhi al cielo. È il momento di una singolare estasi, cui subito partecipano gli altri, senza perdere occasione di elevarsi. Dopo la breve pausa, la danza riprende, più frenetica che mai. Di solito il samà’ inizia con la voce sola, ricca di armonici e a tratti recitativa. Poi interviene il lamento del flauto di canna (này), simbolo dell’anima stornata dalla propria Origine celeste – è la monodia a imporsi. In seguito subentrano altri strumenti, a corde e percussivi, con una maggiore pienezza orchestrale, e quindi della vita, mentre il ritmo, a poco a poco, si fa più sostenuto. Con le sue peculiarità il samà’ riesce a riflettere ogni aspetto dell’esistenza. La danza mira a cogliere il segreto della vita attraverso la musica, celebrando il ritorno all’Origine e la scoperta dell’identità divina delle creature. Poiché è una cerimonia di grande impatto emotivo, non di rado, in certe forme degenerate contemporanee, essa ha suscitato isterismi collettivi e stati di trance. Nel corso della storia dei Mawlawiyya, i maestri non permisero mai a tutti gli adepti di parteciparvi, per la grande carica energetica sprigionata nella danza, ardua da gestire. L’estasi del singolo rischiava di suscitare la reazione incontrollata dei compagni meno evoluti.

(L. V. Arena, Introduzione al sufismo, Kindle Edition 2014

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From → filosofia

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