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Shaykh e discepoli

25 novembre 2016

È difficile descrivere i compiti del maestro. Si può indicare un principio generale: deve essere se stesso, e agire spontaneamente. Si comporterà come gli suggerisce l’intuizione, evitando di assumere atteggiamenti predeterminati. Solo così potrà applicare un metodo individualizzato, in conformità ai tre pilastri della pedagogia sufi, il tempo, il luogo e le persone. Il discepolo ignora quali metodi si adattino alla sua condizione. E forse evita proprio quelli da cui potrebbe imparare per antipatia. Dovrà essere il maestro a scegliere in vece sua, con la strategia opportuna. A chi prova interesse per il lato entusiasmante della vita, e vorrebbe apprendere astruse tecniche meditative, si dovrà fornire il banale, insistendo sugli aspetti ordinari dell’esistenza. Di fronte agli eventi e alle difficoltà della vita quotidiana, l’adepto potrà ridimensionare la bizzarria e l’esaltazione. I novizi dovrebbero tenere presenti le parole di Dhù’n-Nùn: “Dovrete fare le cose che non volete fare, e non vi sarà permesso di fare le cose che desiderate fare” (Shah, 167). A differenza dei maestri, non sanno cosa gli si addice. Il primo compito di uno shaykh consiste nell’individuarlo, persino con un metodo che possa suscitare ripugnanza.
(L. V. Arena, Introduzione al sufismo, Kindle Edition)

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From → filosofia

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