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Sufismo: fanā’ fī’sh-shaykh

26 novembre 2016

Alcuni adepti sostengono di essere stati iniziati da Khidr, archetipo della guida nel mondo islāmico. La funzione principale di questa figura, evocata nel Corano nel suo incontro con Mosè, consiste nel mostrare che la logica del piano della realtà spirituale non è quella umana del piano della realtà materiale. Khidr suscita le perplessità di Mosè, invitandolo a diffidare delle apparenze (cfr. Sūra 18, 65-82, dove lo si presenta come “uno schiavo”). C’è chi sostiene di averlo incontrato in viaggio o in pellegrinaggio, confermandolo come guida spirituale. L’iniziazione si può ricevere anche nello stato onirico. Affinché il maestro possa svolgere il suo compito il discepolo dovrà affidarglisi senza reticenze. Si richiede la sua totale dedizione. Qualsiasi ordine dello shaykh va rispettato, anche se dovesse sembrare insignificante o inaccettabile. Questo aspetto dottrinale, recepito in Oriente, urta la sensibilità occidentale. La relazione è transferenziale, per dirlo in termini psicoanalitici. Non è tanto rilevante la trasmissione di contenuti concettuali, quanto il rapporto tra maestro e discepolo. Finché non riconosce il maestro come tale, il novizio brancolerà nel buio. Ma potrà quest’ultimo accettare una posizione passiva e subordinata? Nel transfert si deve stabilire un legame con l’altro: l’indifferenza non dà risultati. Il discepolo dovrà “affezionarsi” al maestro, senza notarne le componenti “umane, troppo umane” e considerandolo una figura significativa per il proprio sviluppo, come intermediario a un altro piano di esistenza. Si entrerà poi nella fase dell’ “annichilimento nel maestro” (fanā’ fī’sh-shaykh), dove il discepolo non ha più una volontà propria, ma è guidato in tutto e per tutto dal maestro, cui ha affidato la vita.
(L. V. Arena, Introduzione al sufismo, Kindle Edition 2014)

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From → filosofia

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