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Lacan: oltre il nirvāna

15 dicembre 2016

Da quando Lacan si pose il problema se la realtà psichica e quella materiale potessero coincidere e lo eluse, fino a riproporlo…dilemma che portò all’idealismo tedesco e alla frattura tra Kant e Fichte, mentre si credeva a una ricucitura o a una prosecuzione che, di fatto, non avvenne. Ding-an-sich oppure “tutto ciò che è reale è razionale”, il quesito resta. come un koan. e come in un koan ci si beffa del senso, vero, dr. Lacan? lo delucideremo nei termini del mu nipponico-taoista o del kū buddhista? mi piace pensare che François Cheng avesse visto giusto. e Lacan con lui. che grande lezione di sinologia, anche se preferisco dire del giapponese. la questione torna di prepotenza con l’alternativa: taoismo o buddhismo? come dire che il pene non è il fallo, ma solo perché lo attenderebbe la cornice di un indicibile? nella quale si inscrive il dilemma, e che invece lo psicotico mostrerebbe? sempre questo “uomo dei lupi”, che si perde, dove?, nella Verwerfung…della quale non riesco a rammentare la traduzione italiana, dapprima, mi viene in mente “forclusione” o “deiezione”, poi osservo “preclusione” e il dilemma…svanisce! ma “preclusione” non può rendere l’estremo. dell’angoscia. perché non ricordavo? perché? ma questo ci porta oltre il mu, che pure vediamo, e che il buddhismo superò con la frase “vuoto (kū) è forma, forma è vuoto”; nonsense è senso (e viceversa). e viceversa? ma allora…! i tre nodi uno, ma la realtà ci attrae e anche queste nubi che il monaco Kenkō vide passare, e che per lui simboleggiarono (di nuovo!) il vuoto che seduce, ultimo baluardo del desiderio, le quali gli impedirono di attingere il nirvana…E meno male!

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From → filosofia

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