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Blanchot laddove

24 dicembre 2016

…genitori lungimiranti mi spinsero allo studio del francese nella prima o seconda infanzia, forse perché, dicevo, prevedendo alcune direzioni della mia futura ricerca filosofica. io propendevo per l’inglese, che non avrei studiato a scuola, ma chissà chi era nel giusto, come e perché…”io penso quindi non sono”: Blanchot che si rivela vera “porta delle nubi” come il suo eponimo cinese zen (Yunmen). dal pensare si può dedurre il non essere? questo sembra annullare la differenza ontologica heideggeriana: non si pensa il pensabile, ma il non pensiero. Blanchot zen, con quel che segue. neanche Nietzsche si spinse a tanto? meno male che Blanchot non vi cada, né Derrida, che lo insegue. in una parola si possono eludere tutte le parole: nonsense non suona diverso, in questo senso, dall’esortazione vieni, che non attaglia la sfera sessuale. Blanchot è uno cui ci si può e deve rifare ogni qual volta la direzione del nonsense non appaia stimolante, più, o si dubiti della sua incidenza, come si dovrebbe. lo riponi nello scaffale convinto che ti abbia detto la parola giusta, che non è l’ultima e, come il nachtraeglich freudiano, deposita i suoi effetti a distanza, appena non te li aspetti e non li vorresti più. “siete il professore o Dio?”, gli chiesero ed è domanda che pertiene a tutti noi, indegni educatori del prossimo, indegni come sempre l’educatore, in qualsiasi lingua lo si definisca, resta e si professa tale (er-ziehen: chi estrarrà dagli altri il sapere o l’io?).

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From → filosofia

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