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La morte di Jung

2 gennaio 2017

…ci si interroga sulla morte anche per la contingenza, che non muore mai. Carl Jung, On Death, riflessioni varie, il dicibile, in Occidente, ma anche guardando a Oriente, la dimensione dell’inconscio o altro-da-sé; più propriamente, il Sé. si vedrà che l’io concepisce il morire come catastrofico, mentre il Sé allude alla beatitudine (blessing). ma l’antropocentrismo è in agguato, sempre, both cases, anche se la coincidentia oppositorum o piuttosto la loro lotta si verificherebbe anche nell’aldilà (hereafter); anche lì…ciò dà da pensare. è l’uomo che parla, l’essere umano, o si percepisce miracolosamente un attimo oltre la soglia? e anche l’accoglienza della reincarnazione in una cultura, la nostra, che la nega, o non la mette in primo piano, come sondarla? in qualche modo, già, si resta appagati da Jung, che è cauto, pur spingendosi oltre il dicibile. non si accetta, però, la conversione a tutti i costi dell’inconscio nel conscio, come se questa, per magia, ci facesse recuperare territori impervi della psiche, o renderci la morte un dono, un omaggio di potenze ultraterrene. il distico di Lovecraft sulla morte, arcinoto perché lo si debba replicare…però, però, la distinzione tra Io e Sé permette di replicare, questa sì, alle solite geremiadi sul dio ingiusto che fa morire il padre di famiglia e permette alla novantenne di languire. già…riflettere su questo. Vedi!

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From → filosofia

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