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Ex machina

15 gennaio 2017

Il film eponimo, 2015, un test di Turing che si rivelerà a contrario, come se la sorpresa fosse preannunciata; gioco di specchi dove tutto o quasi -l’esaminatore – può mostrarsi macchinifico: l’ombra di Philip K. Dick, Horselover fat, che come in altri casi – tutti?- sembra suggerire lo scenario. L’ingenuità, tipica di certi film: i posteri rideranno di noi, pensando a come ci rappresentavamo i robot, sottovalutandoli. Niente sembra come è: chi è il villain, ce lo si chiederà sino alla fine, che non è tale. A rischio di spoiler, un automa impone la sua silhouette nel mondo delle coppie, si lascia capire che la sua solitudine le peserà, ormai fuori dall’isolamento dorato che il suo creatore – dio? – le concedeva, a scapito della libertà; forse non della vita, Hobbes in ascolto? Perché questo è l’implicito, il sotteso: Turing o Dick sapevano che a sottoporsi al test, a vagliarlo, c’erano sempre, in fondo, l’uomo e l’automa, certo, ma anche il creatore, dio, nelle sue molte maschere, come l’eroe di Campbell? Da un brutto film traspare il filosofico – dal bello?…

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From → filosofia

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