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La stella di David (Byrne)

16 gennaio 2017

Byrne come Qohelet, Rosenzweig, Benjamin…come funziona la musica, il libro, il mondo…(How Music Works, Edinburgh-London, Canongate 2012) musica percussiva che funziona meglio outdoors, musica africana democratica senza leader, il Fellini di Prova d’orchestra, specchio di società egalitarie; le cuffie a esaltare una esperienza fruibile non solipsistica, modello Koss per me nei 70; Byrne che tenta di non cantare come un black man, percorso inverso, Mick, Van; meglio essere sempre un po’ off-beat, lo capiranno i jazzisti, emuli non creativi? Piccole anticipazioni all’audience cosicché sappia come comportarsi o reagire, la voce registrata al riascolto sempre diversa: la nostra? Ah no, non ne parliamo…l’autenticità (Eigentlichkeit) va a braccetto con la grossolanità e l’accuratezza (roughness and inaccuracy), ispirarsi a un genere per trarne una musica del tutto diversa (Milhaud e il jazz)…Gould che annuncia, sublime inattuale (unzeitgemäss), la fine dei concerti, la pop music che cerca con sublimi tricks il plauso delle folle – i concerti, di nuovo…Laddove tutto ha integrità, anche il playback show. Milton Babbitt decreta: “Non riesco a credere che la gente [la massa, la folla solitaria] preferisca davvero recarsi nella sala da concerto in condizioni snervanti (trying) dal punto di vista intellettuale, sociale e fisico…”David che non ama Mozart (finalmente!) e pure come Gould insegue il nāda, l’arteria/suono del non-suono, poi rubricato come “voce del silenzio” – Blavatsky o Mabel Collins, di ripiego…

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From → filosofia

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